Data creazione pagina: 29/07/2013 1:52

- Titolo: Capitolo 4 - Le visite ai parenti materni.


Nei fine settimana si andava con la corriera, al paese e dai parenti di mia mamma. Lì c’era l’altra mia nonna, che si chiamava allo stesso modo della mia nonna paterna, Caterina. Il nonno, il papà di mia mamma, non l’ho mai conosciuto, perché morì poco tempo prima che io nascessi per un infarto. Di lui conservo il ricordo di una fotografia che si vedeva sulla lapide al cimitero, dove andavamo spesso e incontravamo un mucchio di amiche o conoscenti di mia madre che mi facevano un sacco di gnògne1, chiamandomi per nome e sbaciucchiandomi, come se ci conoscessimo. Lì al cimitero del paese c’era anche la bonanima ‘d magna Teresa2, anche lei mai conosciuta, morta di febbre tifoide, molto prima che io nascessi.
Oltre alla nonna -nona cita, come la chiamava mia cugina Luigina, la cui altra nonna paterna era una stangona lunga e magra che lei chiamava per contrapposizione nona granda (per me le mie due nonne erano alte uguali)3- c’erano in casa la zia Pina, ancora molto giovane, e lo zio Vittorio, che era il più simpatico di tutti. Anche se era già grande lo zio Vittorio non era ancora sposato e stava ancora in casa con mia nonna, che era anche sua mamma. A quei tempi faceva il fornaio e pasticcere e spesso la domenica portava i dolcetti a pranzo: bignòle, paste ‘d melia4 ed ogni ben di Dio. Questi dolci erano per me l’unica consolazione, la meta agognata di quei pranzi interminabili. Dopo pochi minuti e alcuni bocconi io ero già sazio, ma gli adulti amavano, in quei pranzi domenicali, stare a tavola ore ed ore, a mangiare bere e raccontarsi delle storie. Per me era una vera tortura perché non mi era permesso alzarmi da tavola ed allontanarmi quando ritenevo di aver finito di mangiare.
-A va nen bin! A l’è da maleducà.5
Così me ne stavo seduto, roteando le gambe sotto il tavolo per dare sfogo ad una energia che voleva essere usata ad ogni costo, attendendo l’arrivo dell’agognato pacchettino di pasticcini dalla carta colorata e il nastro color oro, che avrebbe suggellato la fine della lunga tortura della seduta, e la soddisfazione dolce per il palato. Così, nonostante non avessi serbato appetito se non per la dolce conclusione del pasto, mi toccava assistere alla lunga sfilata degli alimenti per me superflui, e spesso dovevo forzatamente partecipare all’assaggio. Nella mia mente era ormai chiaro l’ordine in cui gli alimenti avrebbero sfilato immancabilmente, e tenevo il conto del numero di portate che mi separava dai dolci e dalla fine del pranzo. Affettati, antipasti di verdure varie fatti in casa secondo le mode del momento, vitel-tonné 6, primi piatti, secondi con contorno, fritto misto con la pulenta dossa7, vitello bollito o arrosto oppure faraona o il famoso birin, che solo nonna cucinava in modo così delizioso, ineguagliabile; e ancora i formaggi e poi la frutta, ultimo baluardo al pacchetto dei dolci di zio Vittorio.
Poi quando finalmente arrivava, non potevo precipitarmi a mangiare i dolci, ma attendere che qualcuno me li offrisse, perché -A va nen bin! A l’è da maleducà. A me piacevano soprattutto le bignòle, le spumiglie, ma pareva che avrei dovuto, per contentare i grandi, preferire amaretti e paste ‘d melia. I grandi avevano dei ben strani gusti, una specie di masochismo per mangiare le cose amare, che si trasformava a volte in sadismo volendo che le assaggiassi anch’io. E gli amaretti erano senza dubbio amari, pur essendo dolcificati e non si confacevano al palato dei bambini. Quanto alle paste ‘d melia, mi ricordavano la polenta, che non mi piaceva, ma guai a dirlo poiché sarebbe subito saltata fuori la storia di “ën temp ëd guera” 8, con annessi e connessi, che, nel caso della polenta - ën cura grazia avèjne9 -voleva dire sentire quella storia dell’acciuga appesa ad un filo in mezzo al tavolo, che tutti toccavano con la propria fetta di polenta nel vano tentativo di dare un poco di gusto all’usata pietanza, senza mai consumarla. Così talvolta l’agognato pacco di dolci si tramutava nella tortura di dover mangiarne un tipo non gradito. Un altro tipo non gradito, forse più per il nome che per il gusto, erano ij oss ëd mort 10.
Spesso lo zio Vittorio era il primo ad alzarsi da tavola perché, si giustificava dicendo: -Dovu andé fin-a lì a parlé-je a un.11 Dopodiché poteva stare via anche più giorni o tornare la sera stessa, ma la frase era sempre quella. Secondo me lo zio Vittorio era un gran furbacchione, con quei suoi occhi sempre ammiccanti.
Dai suoi racconti emergeva che non fosse, ai suoi tempi, uno scolaro modello, dato che la maestra lo mandava quasi quotidianamente a raccogliere foglie di gelso, ëd morè, per l’allevamento di bachi da seta. A quei tempi lì, era di moda allevarli, per la seta che producevano quando si chiudevano in bozzolo, che venduta costituiva fonte di reddito. Non so se i bachi in questione fossero allevamento personale della maestra di mio zio, o della scuola. Fatto sta che pare la maestra intendesse in tal modo prendere due piccioni con una fava, levandosi di torno uno scolaro scomodo, forse perché irrequieto o poco diligente, unendo l’utilità di avere qualcuno che nutriva i bachi. Questa storia veniva fuori immancabilmente ogni volta, dopo che io iniziai la mia carriera scolastica.
-Alora, coma a va la scola?Mah! Mi d'ëscola l’aj fa-ne poca...La maestra ‘m mandava a cheuje le feuije ‘d morè per ij bigat.12
Un’altra storia che usciva fuori spesso, non solo con zio Vittorio, ma con tutti gli adulti, era : -Mi, a tua età ‘n mandavu da vachè.13 Erano tempi duri. Mancava il denaro e mancava il cibo di conseguenza. Trovare qualcuno che desse anche solo il vitto a un bambino, in cambio di un lavoro come badare alle mucche al pascolo, era pur sempre una bocca in meno da sfamare, un problema risolto. Cosi lo zio Vittorio venne mandato da vachè, in una cascina del paese, in cambio del solo cibo. Una sera mio zio Vittorio, allora decenne, venne fatto rincasare tardi, dal suo datore di lavoro, dopo il coprifuoco. Lo trovarono i tedeschi e pensarono fosse una staffetta dei partigiani e se la presero con lui. Per fortuna di mio zio, saltò fuori una signora che parlava tedesco e li convinse che era solo un bambino che tornava a casa. I tedeschi sulla jeep lo seguirono fino a casa, per accertarsi che fosse una storia vera, facendolo camminare a centro strada davanti a loro con le armi spianate. Deve essere stato un bello spavento per un bambino di quell’età. Se a me sembravano duri i tempi miei, dovevo però convenire che c’erano stati tempi peggiori per i bambini. Quei famigerati temp ëd guera per esempio.
Una volta lo zio Vittorio ebbe mal di denti. Si recò dal medico del paese che si apprestò ad estrargli il dente malato. Eran tempi duri anche per quello. I medici di allora operavano nei propri ambulatori per ogni sorta di problema, dalle suture alle estrazioni dei denti appunto, senza preoccuparsi molto del problema del dolore. Senza alcuna anestesia, quel medico evidentemente fece male a mio zio Vittorio, nel tentativo di togliere quel dente ostinato. Senza pensarci due volte, lo zio Vittorio approfittò di un momento di distrazione del medico, voltatosi forse per cercare un attrezzo più idoneo, per fuggire dalla sedia e dallo studio del medico. Prese la porta e si allontanò molto, prima di voltarsi e vedere che il medico gli faceva ampi gesti, affinché ritornasse per terminare l’opera. Dovette passare una notte tremenda con un dente tolto a metà e dolorante, per farsi convincere il mattino successivo ad andare al pronto soccorso ëd le Molinette, accompagnato con la lambretta dallo zio Ernesto.
La zia Pina invece era ancora molto giovane ed ebbe poi il moroso che divenne in seguito suo marito. Questa faccenda dei morosi era allora per me, un altro di quei mestieri inspiegabili. Anche la figlia dei nostri vicini in piazza Alfieri ne aveva uno. Questi morosi comparivano allora perlopiù di domenica, a passare il pomeriggio con la propria morosa. Erano tutti felici e contenti e impomatati, tirati a lucido per l’occasione, con il vestito della festa. Alla fine avrebbero dovuto sposarsi, ma quello che non mi era chiaro era che cosa li spingesse, la molla che faceva scattare quel qualcosa che ti imponeva di essere moroso prima, candidato al matrimonio, e sposato poi. Sembrava una di quelle cose che erano nell’ordine naturale della vita dei grandi, con la sola eccezione di quelli che facevano poi i preti o le suore. Ma qualcuno come lo zio Vittorio o Mario Daviso, che ogni sabato veniva a giocare la schedina, mes a pr’un14, con mio padre.
Alla fine questa follia del moroso avrebbe dovuto prendere, con mia grande delusione, come si vedrà, anche mia cugina Luigina, ma allora sarei poi già stato in grado di capire anche troppo, quel magnetismo dell’attrazione, il che spiega la mia delusione.
Ricordo ancora quando la zia Pina lo raccontò a mia madre, mentre stava stirando sul tavolo da cucina, su una vecchia coperta usata appositamente per questo. Lo disse tra l’ammiccante e il ridendo, quasi avesse voluto dire, così senza parere: -Forsa ‘d fe, a l’hai ciapane un!15 Come comunicare di essere ad un punto di arrivo nella vita. Da lì iniziò, per loro due l’iter della morosità, del frequentarsi domenicale, di lui insomma, il futuro zio Anselmo che veniva a casa della nonna e così lo conoscemmo. Non era mica del paese l’Anselmo, veniva da Bologna o giù di lì. Era diverso da noi per il modo di parlare. Ma non era proprio come ij napuli16. Ij napuli erano per me allora, sinonimo di immigrati, indistintamente. La loro caratteristica principale era il parlare strano, diverso da noi, nen ën piemontèis17, unitamente ad altre caratteristiche che illustrerò in seguito. Principalmente per me questa categoria ne abbracciava, o ne includeva, allora non sapevo bene, un’altra: quella dei veneti. Ma uno di Bologna dove lo collochi? E poi era anche diverso per altre caratteristiche. Mica parlava solo italiano. Sì, forse solo all’inizio, ma lo vedevi che si sforzava di imparare il nostro dialetto, mica come la maggior parte dei meridionali, che sembravano ostinarsi a parlare a modo loro, con il loro caratteristico accento. Certo anche lì c’erano delle eccezioni. Enzo Calundari, ad esempio, che abitava nella casa gemella vicino a quella di Parin e Nona, parlava piemontese che quasi non te ne accorgevi, come pure Totu De Pisis, che mi avrebbe più grandi insegnato a servire messa in latino perché lui era stato in seminario. Un’altra delle caratteristiche che i grandi attribuivano ai meridionali, sembrava essere la poca voglia di lavorare, come quelli che venivano chiamati le lingere18, il cui carattere poteva essere sintetitazzato con il detto, scapa travai che mi rivo19. Questo è stato a lungo per me un punto oscuro, dato che il significato letterale dell’aggettivo “leggero”, contrastava con il significato che veniva dato al sostantivo.
L’Anselmo non era niente di tutto questo: lavoratore instancabile e geniale, sarebbe diventato, dopo essere entrato nella nostra famiglia sposando la zia Pina, un elemento trainante, sempre disposto ad aiutare, un esempio da imitare. Si sposarono presto e per me significò imparare a memoria una cantilena da recitare alla zia Pina il giorno del suo matrimonio, il primo in assoluto a cui partecipai, su quella piazza acciottolata e in discesa del paese. Ricordo ancora la fatica che feci per imparare a memoria una cosa che non comprendevo completamente, che mia madre si era fatta dare da chissà chi. Era scritto in bella calligrafia su carta di quaderno. L’angoscia di sbagliare e poi il recitare dei suoni senza un significato reale, sentito, ma solo imparati a memoria. L’ansia del recitare davanti a tante persone come ce n’erano quel giorno. E finalmente il farlo, dopo tanta attesa, fra tutti che dicevano: -Che bravo! Il bacio della sposa mia zia. La confusione di tutti i parenti, alcuni dei quali mai visti, che però sembravano conoscermi come le loro tasche. I parenti dello sposo, lo zio Anselmo. Poi il pranzo, l’interminabile pranzo, molto ma molto più lungo dei consueti pranzi domenicali. La torta nuziale, il dolce in fondo al pranzo, che non arrivava mai. E poi le foto, la tortura delle foto che costringevano a lunghe pose interminabili.

Ricordo ancora uno di quei pranzi domenicali, dopo un trasloco della nonna a cui tutti avevamo aiutato, compreso lo zio Anselmo, ormai sposato e dei nostri. Nel bailamme che sempre segue ad un trasloco, si era improvvisato il pranzo domenicale nella nuova casa della nonna Caterina. Fra la confusione di cose trasportate e non ancora sistemate, finì sul tavolo un bottiglione di aceto, che lo zio Anselmo ebbe la disgrazia di assaggiare per primo, ma per timore di recare offesa a qualcuno, tracannò in silenzio, senza fare commenti sulla qualità del vino. Solo quando un altro zio assaggiò il vino che subito sputò disgustato, alzandosi di corsa dal tavolo per correre in cortile, venne fuori l’equivoco dell’aceto, e la confessione dello zio Anselmo, di averlo sentito un po’ aspro, ma di non aver osato dire nulla. Ridemmo tutti a lungo di quel fatto, e lo ricordammo ancora per molto tempo, durante quei pranzi festivi.
Tanto per dimostrare che le marachelle non le combinavano soltanto i bambini, devo raccontare di un altro trasloco, di un altro pranzo dopo di esso. Eravamo tutti seduti a tavola ed il mio papà stava raccontando qualche cosa successo sul lavoro, gesticolando parecchio, quando, con uno dei suoi ampi gesti, fece cadere una zuppiera piena, del servizio buono, che si ruppe in mille pezzi, oltre a spargere tutto il suo contenuto sul pavimento. Ebbene, vi immaginate cosa sarebbe successo se l’avessi fatta cadere e rotta io? Io sì. Lui si mise a ridere, come fosse stata una cosa divertente, e risero tutti, son cose ca capito20. Non erano strani quegli adulti là? Quanto al lavoro di mio padre, era anche questo una cosa strana. Nei suoi racconti di lavoro, lui era sempre intento a fare le anime con la terra21. Quella faccenda assomigliava a quella del catechismo, di Dio che aveva fatto gli uomini, quindi anche la loro anima, con la terra. Ma mio padre, mica era Dio, anche se, a sentire lui, nessuno l’eguagliava, nel suo lavoro, cioè a fare le anime, ma, da quanto detto più sopra, di sbagli ne faceva pure lui, mentre Dio, si sa, è l’Essere Perfettissimo.
Quando ero molto piccolo, c’era una seconda tortura che seguiva la prima, del lungo tempo costretto seduto a tavola: la tortura del sonnellino pomeridiano. I grandi che si erano dati ad insolite libagioni, immagino provassero una naturale sonnolenza dopo il pasto, ma io non avevo ne’ sonno ne’ motivo di dormire. A nulla valeva dire: -Ma mi l’ai nen seugn!22 Così mi toccava passare questo altro guaio, con gli occhi spalancati in attesa che gli adulti terminassero di dormire, si prendesse il caffè, e si facesse finalmente qualche cosa di divertente, come, se era bella stagione, andare a fare una passeggiata sulla collina o per il paese.
Infine c’era, ma abitava in un’altra casa, la zia Francesca, che i grandi chiamavano Cesca, ed io dovevo chiamare Marin-a, per via che era la mia madrina di battesimo insieme a parin Tonino. La zia Francesca era sposata con zio Ernesto, ed avevano una figlia, mia cugina Luigina, un po’ più grande di me ed unica femmina, più o meno coetanea, che avevo intorno a quell’epoca. Essi abitavano all’ultimo piano di un condominio che godeva di una vista unica. Dalla parte della cucina si vedeva la montagna ‘d San Giors e’d San Valerian, ed anche il castello dei nove merli. Dalla parte della sala e delle camere da letto si vedeva lo stradone, la provinciale che a sinistra andava al mio paese ed a destra andava verso Cumiana e Pinerolo. Attraversando lo stradone ed andando verso Pinerolo, si entrava in un androne che conduceva a casa della nonna.
Ricordo che andavo volentieri a casa di mia cugina Luigina, perché, almeno fino ad una certa età, ella giocava con me. Ma come tutte le bambine, prediligeva giochi strani, da femmine. In più ella era, come ho detto più grande e, come tutte le donne in generale, amava imporre la sua volontà e non c’era modo di fare i miei giochi. Con le femmine si giocava “alla casa”, un gioco che simulava la vita nelle famiglie, in cui, se mi andava bene, facevo il marito, che, in sostanza consisteva nell’andare fuori a lavorare, fuori dalle scatole insomma, tornando solo per consumare i pasti. I pasti consistevano in mucchietti di sabbia nei piccoli piattini di plastica che erano il corredo delle femmine, per giocare alla casa appunto, insieme alle loro bambole.
Mia cugina Luigina faceva dei giochi più intellettuali, rispetto alle bambine del cortile della casa dei nonni paterni. Ella giocava per esempio, “all’ufficio”. Questo gioco consisteva nel raccogliere tessere della corriera o biglietti della stessa, tenerli in bell’ordine sulla sua scrivania e timbrarli o tagliarli. Mia cugina aveva inventato i timbri che consistevano in una scritta o disegno fatti sulla gomma per cancellare, che pressati sulla carta dei biglietti o delle tessere lasciavano il segno del ‘timbro’. Devo ammettere che imitavo sempre mia cugina ed ho fatto anch’io questo gioco poi da solo a casa mia.
Ero innamorato di mia cugina, alla faccia del periodo di latenza degli psicanalisti, e per un certo periodo, dopo la fase in cui dicevo che avrei poi sposato da grande la mia mamma, fu la volta di mia cugina Luigina. Tanto il complesso di Edipo è abbastanza elastico e può adattarsi a tutte le circostanze. Per un certo periodo, fin che fummo abbastanza piccoli, fu un amore corrisposto, nel senso che lo diceva anche mia cugina. Aggiungeva anche che c’erano già stati dei casi di cugini primi che si sono sposati, ed era consentito, non come sposare le mamme o i babbi, che pareva fosse cosa assolutamente vietata, come tra fratelli, del resto. Dal canto mio avrei tanto desiderato avere un fratello od una sorella, almeno per giocarci, ma non arrivarono mai. La colpa, si diceva, era delle cicogne, le quali sceglievano dove, in quali case portare i loro fagottini che tenevano con il loro lungo becco, contenenti bambini. Era una storia subdola, perché i grandi sembravano nicchiare raccontandola. Per parte mia, osservando il cielo, non avevo mai scorto passare questi strani uccelli col fagotto. Cominciai ad avere ad avere qualche dubbio sulla faccenda, all’età di sei anni, quando la zia Pina, che nel frattempo si era sposata con Anselmo, annunciò che avrebbe avuto un figlio. Pur essendo stata sempre piuttosto magrolina, in quel periodo le venne un pancione enorme, che scomparve all’improvviso quando arrivò mio cugino Federico.
Il culmine del mio amore per mia cugina Luigina, fu quella volta che i miei andarono in gita aziendale, organizzato dalla ditta di mio padre, a Roma, lasciandomi per tutta la settimana a casa di mia cugina. Dopo aver giocato insieme per tutto il giorno, avere cenato, al momento di andare a letto, espressi il mio desiderio di dormire nel letto con Luigina, perché immaginavo che il massimo della felicità, per concludere una giornata felice di giochi, sarebbe stato dormire abbracciati, per sentire il calore di un altro corpo. Naturalmente sembrava avessi chiesto la luna. Questa cosa non era assolutamente consentita. Questa fu la mia prima grande delusione amorosa ed una grande frustrazione sessuale. Era abbastanza logico per me pensare, dato che ci saremmo poi sposati di grandi, di dormire assieme. Tutti quelli grandi sposati lo facevano.
Una volta ebbi l’occasione di dormire nel lettone con mia madre, proprio in quel primo periodo in cui ero suo futuro promesso sposo. Fu quella volta che morì barba Medu, il marito di magna Miglia, zii di mia madre che vivevano a Lion, a Lione in Francia. Gran parte della parentela materna è, oppure è stata, in Francia. Barba Medu faceva il capomastro o l’impresario edile, e precipitò da una impalcatura. Ricevuto il telegramma che annunciava il decesso, mio padre e lo zio Vittorio organizzarono di prendere il treno per partecipare ai funerali. E’ strano che vi andasse mio padre, visto che si trattava di un parente di mia madre. Più tardi scoprii, forse, la spiegazione di questo fatto, avendo fatto chiarezza con gli anni, su alcuni misteriosi concetti oscuri dell’infanzia. La ragione avrebbe potuto essere, una corta gonna, molto scampanata, come si usava in quei tempi là, dalla quale spuntava un bel paio di gambe appartenenti ad una nuora di Barba Medo, in una fotografia, scattata al parco Michelotti, in occasione di una visita antecedente di quei parenti di Lione. Infatti, come si dice dalle mie parti, a tira pi ‘n pluc ëd fumela, che na cobia ‘d bëu23. In ogni caso, dal canto mio fui felice di restare a casa da solo con mia madre, senza il mio genitore avversario, che solitamente dormiva di diritto nel letto con mia madre.
Quando mio padre e lo zio Vittorio tornarono, uno o due giorni dopo, non finivano più di raccontare le loro avventure, in un paese straniero, dove si parlava un’altra lingua. Sembrava che fossero di ritorno da una vacanza più che da un funerale. Ma che i grandi fossero strani, era per me ormai assodato. Di solito trattavano la morte con rispetto superstizioso, ma in questo caso, la morte pareva essere un accidente marginale, che aveva loro permesso un piacevole diversivo all’estero. Mio padre non faceva che vantarsi di avere imparato qualche parola di francese, già prima di partire, e di averle usate nel viaggio provocando lo stupore dello zio Vittorio: -Ma ‘t parli franseis ora?24
Si era fatto insegnare qualcosa da un tale del paese, suo amico pescatore, che chiamavano Giusep ël franceis25, perché era vissuto a lungo in Francia appunto. Ripeteva spesso silvuplé che voleva dire “per favore”, e mëssié, che voleva dire “signore”, molto simile al nostro monsù. Poi diceva che l’acqua si diceva lò. E per stupirci di diceva: silvuplé mëssié ën bicer dò, che avrebbe dovuto voler dire: per favore signore un bicchiere d’acqua, ma dubito che fosse tutto in francese, e penso che fosse un miscuglio di dialetto nostro e francese imparato in fretta. Ma a quei tempi mio padre riusciva a stupirci, come aveva già stupito lo zio Vittorio, chiedendo nello stesso miscuglio, una informazione al controllore sul treno che li stava portando a Lione.
Naturalmente dopo questa occasione, chiesi ancora di dormire nel letto con mia madre, ma non accadde più. Quella fu un occasione unica, dovuta al fatto, come diceva mia madre, che aveva paura a dormire da sola. Fui solo un rimpiazzo temporaneo di mio padre, niente di più. Forse fu questa la prima delusione amorosa e più grande.
Il secondo giorno di permanenza a casa di mia cugina Luigina facemmo una gita sulla montagna ëd San Giors. Era il primo maggio, festa dei lavoratori che si festeggiava lassù. Partimmo di mattina presto a piedi, portando provviste perché avremmo pranzato sulla cima della montagna. C’era molta gente, tutto il paese. Tutti che si incamminavano verso la festa in cima. C’erano molti uomini con il cappello da alpino, che portavano zaini dai quali sporgevano vari pinton, bottiglioni di vino da due litri. Il tragitto mi parve molto lungo e chiedevo in continuazione quando saremmo arrivati. Fu il mio battesimo della montagna: la fatica della camminata per raggiungere la cima. Ci fu una messa proprio sulla punta, dove c’era una croce. Le messe non mancavano mai nelle feste a quei tempi, anche una festa “laica” come questa. Poi ogni famiglia si trovò un posto sull’erba dove mangiare seduti su una coperta. Ci furono canti e suoni, soprattutto da parte degli ex alpini, i quali bevvero parecchio dai loro bottiglioni. Al ritorno mi colpì molto che molti erano ubriachi e vomitavano sui bordi della strada. Provai un senso di schifo per quei mucchi di vomito color del vino. Provai un vero terrore di vedere qualcuno nell’atto stesso del vomitare. Ebbi da allora una vera fobia per tutto quello che riguardava l’atto del rimettere il cibo. Ero sicuro che se avessi visto qualcuno vomitare lo avrei fatto anch’io. Questa cosa mi terrorizzava. Tutto questo rovinò il senso di una bella gita all’aria aperta in montagna. È davvero strano e curioso, il modo in cui i ricordi siano associati ad eventi strani, inadatti al ricordo complessivo. Per esempio, quando penso alla gita in Francia di mio padre, immediatamente mi viene l’immagine di una gabbia di legno, costruita dal mio papà, rivestita di rete con la quale si fabbricano le zanzariere, che stava appesa nella cantina comune, umida e dal vivo odore di muffa, della casa di piazza Alfieri, dove conservavamo i cibi, prima dell’avvento del frigorifero. Probabilmente si tratta del fatto che la mia pavida mamma, si fece accompagnare da me, prima dei pasti, per recuperare le provviste in quell’antro buio, come se, un moscardino di tre anni appena, avesse potuto difenderla dai pericoli del mondo: se mi avventuravo con lei laggiù, era soltanto perché ero con lei, appunto!
Una altra grande attrattiva della casa di mia cugina Luigina erano i suoi libri, i dischi e, meraviglia delle meraviglie, un Geloso, uno dei primi registratori a nastri magnetici. Con una sorta di microfono si poteva incidere la propria voce per poi risentirla, che pareva tanto strana. Non era la voce degli altri ad essere strana, ma solo la mia. Questo nuovo giocattolo che mia cugina ricevette in regalo a Natale, permetteva di registrare e cancellare all’infinito, non solo la voce ma la musica, la radio, un vero prodigio della tecnica e, manco a dirlo, ne desiderai uno anch’io. Le sue possibilità di utilizzo erano infinite. Manco a dirlo, ero troppo piccolo per averne uno anche io. Non ne ebbi uno che molti anni più tardi, quando la magia di quell’oggetto del desiderio era ormai scomparsa per sempre, diventando niente altro che desiderio consumistico. Se guardo indietro, mi pare che la mia vita sia una lunga sequela di desideri frustrati ed inappagati. Ancora oggi mi chiedo il perché.
Da Luigina ascoltai per la prima volta i dischi allora di moda:la mia cugina più grande faceva tendenza per me. Erano dischi di Adamo, i Beatles, i Platters, e altri cantanti di moda allora, che cantavano in italiano con una volutamente ricercata pronuncia straniera. Perlopiù imitavano quello che avrebbe dovuto sembrare l’accento inglese. I libri. Essendo più avanti di me nella scuola ella aveva libri che per me erano il massimo della conoscenza. Ricordo che una volta mi regalarono un microscopio, una scatola contenente lo strumento di ingrandimento, varie provette e vetrini per studiare le cose piccole. Il fato volle che le istruzioni fossero in inglese. Pagine e pagine in una lingua a me sconosciuta. Alle scuole superiori, Luigina studiava inglese e pensando che lo studio fosse una carta vincente per appropriarsi del sapere, pensai che mia cugina sapesse l’inglese e fosse in grado di tradurmi quelle svariate pagine. Rimasi un po’ deluso dal fatto che non lo facesse subito, ma rimasi fiducioso alla sua promessa che lo avrebbe fatto con calma. Lo scritto era molto lungo, ma lei promise che lo avrebbe fatto. Non ho mai più rivisto ne’ le istruzioni originali, ne’ la traduzione. Ma la promessa mi fu fatta in modo tanto convincente, che, ancora oggi mi pare che da un giorno all’altro arriverà mia cugina con le traduzioni completate. Ma le femmine, soprattutto lei, sono fatte così: dicono e promettono un sacco di cose, davvero convinte di ciò che dicono e promettono, anche se, in fondo in fondo, sanno benissimo che non è vero.
Ma l’attrazione più grande, in casa di mia cugina, dopo il magnetofono, era l’enciclopedia, che da una certa età in poi cominciò ad interessarmi perché si vedevano i disegni di come erano fatti uomini e donne. Non aspettavo altro che poter andare lì a vedere ciò che mi interessava, con molta circospezione, perché avevo ormai imparato che intorno a certi argomenti era meglio indagare in modo molto discreto. Fui abbastanza discreto perché si scambiò questa mia assiduità per interesse scientifico. Così Mari-na mi regalò, un volume alla volta, uno per ogni Natale, di una enciclopedia diversa da quella di Luigina, dove non c’era niente di tutto ciò che mi interessava laggiù in quell’altra. Comunque, la cultura è sempre la cultura!
La settimana da mia cugina finì presto. I miei tornarono con i loro racconti di viaggio e a me portarono un wiew-master, un aggeggio in plastica che serviva per guardare le foto a colori dei siti archeologici o caratteristici della città eterna, che a tutt’oggi non ho ancora visitato di persona. Si vedevano in rilievo, a tre dimensioni, come se fossi lì sul posto e potessi toccarli. Erano perlopiù monumenti diroccati o fontane, che parevano abbondare in quella città.