Data: 18/07/2013 5:46

- Titolo: Capitolo 1: Ottobre 2017 - Mattino.

Questa storia è frutto dell’immaginazione dell’autore. Ogni riferimento a fatti, persone o luoghi veramente esistenti è puramente casuale.








A mio padre, mia moglie e ai miei figli.
























Tutti i diritti letterari di quest’opera sono di esclusiva proprietà dell'autore.
Ottobre 2017 - Mattino.
L’uomo allungò improvvisamente un braccio e lo afferrò con forza alla gola. I suoi grigi occhi di ghiaccio, passarono senza transizione, dalla espressione di stupore che aveva soltanto un attimo prima, ad una espressione di odio feroce, che alla luce della luna piena di quella notte, sembrava ancor più terribile. Quello sguardo stava dicendo: adesso ti ammazzo, ti strangolo, non riuscirai più a liberarti di me. Lottò con tutte le sue forze, tentando con ogni mezzo di sfuggire a quella presa che lo stava soffocando, ma la forza in quella mano sembrava invincibile. Eppure tutto questo era contro ogni logica. Quel gigante era morto. Aveva uno squarcio sulla carotide dalla quale era uscito tutto il suo sangue, imbrattando tutto nella stanza dove era morto. Le stesse mani del “morto” erano imbrattate di sangue rappreso. Ormai allo stremo delle forze per la mancanza di ossigeno, cercò a tastoni la vanga che aveva portato con se’…

Si risvegliò in un bagno di sudore, traendo aria con un sibilo rumoroso, come un uomo che sia rimasto troppo a lungo in apnea, come un asmatico in piena crisi. Riconobbe la sua stanza da letto. Istintivamente si portò entrambe le mani alla gola, come sempre, fin dalla prima volta che aveva fatto quel sogno. Il cuore batteva all’impazzata e ne sentiva le pulsazioni, quasi dolorose, nel collo, nelle tempie, negli occhi e nella nuca. Lentamente riprese una respirazione normale. Come le altre volte, il pensiero di lasciarci le penne, durante o dopo uno di quei sogni ricorrenti, gli attraversò rapido la mente. Non temeva la morte, avendola invocata forse più spesso del necessario, durante tutta la sua vita: la vita era dura. Se davvero esistevano, come gli avevano insegnato al catechismo, mille anni prima, Paradisi ed Inferni, sicuramente l’inferno si trovava qui, sulla terra. Dopo la morte semmai avrebbe potuto conoscere il Paradiso, oppure un Limbo di incoscienza. Al massimo un purgatorio di espiazione dei peccati. Non credeva nel modo più assoluto che dopo, avrebbe potuto essere peggio di qua, vivi, su questa terra. Avrebbe però potuto esserci di peggio della morte. Durante uno di quegli episodi una vena da qualche parte nel cervello avrebbe potuto gonfiarsi come un palloncino, ostruendo qualche via di rifornimento dell’ossigeno. Oppure sarebbe esplosa, dando il via ad una grave emorragia. Ictus, ischemia, aneurisma, non sapeva esattamente quale fosse l’esatto termine tecnico di quella cosa che in un attimo trasformava un uomo “normale” in una larva, incapace di parlare, deambulare, pulirsi il culo. Questo era molto, molto peggio della morte: dipendere totalmente da qualcuno per le tue funzioni vitali più semplici, che prima sbrigavi senza pensarci. Magari essere di peso ai figli senza poter più abbandonare volutamente il campo, come sarebbe naturale, facendola finita in un modo o nell’altro. L’aveva sempre commosso l’immagine, letta nei libri sui nativi americani, degli anziani ormai malati e pieni di acciacchi, che si lasciavano cadere dai travois, durante i trasferimenti della tribù, per non essere di peso ai giovani, negli anni in cui ormai i bisonti scarseggiavano, visto che i washicu li uccidevano soltanto per prenderne la pelliccia e le carcasse dei maestosi Tathanka, che avrebbero potuto sfamare molta gente, restavano a putrefarsi nella prateria, monumenti alla stupidità dei bianchi. Mentre tutti fingevano di non vedere, per non umiliare l’anziano, il vecchio si rotolava di lato, e attendeva paziente la morte ad opera degli animali o del freddo.

Capì immediatamente che quella sarebbe stata una giornata di merda. Non era necessario controllare l’armanach 1 per vedere se era giorno di luna piena: immancabilmente, da dieci anni, ogni luna piena faceva quello strano sogno. Quattro alternative avrebbe avuto dopo un risveglio del genere: scrivere, andare su in montagna o a pesca, oppure bere. L’ultima era impensabile, dato che per tutta la vita non era stato in grado mai di bere appena sveglio, come alcuni peraltro fanno. Del resto, aveva sentito al risveglio tutti i sintomi della pressione arteriosa alta: bere avrebbe anche peggiorato le cose. Dato che pioveva a dirotto, anche la passeggiata calmante era fuori discussione. La pesca alla trota era chiusa. Non restava che scrivere.

* * *

Il maresciallo capo, Egidio Melis, comandante della stazione Carabinieri di Paesana si svegliò alle cinque e trenta in punto, come ogni giorno. Si guardò intorno per considerare se valesse la pena riordinare quel suo appartamento da scapolo, ingombro di libri accatastati ovunque alla rinfusa, e decise che se non l’aveva mai fatto fino ad oggi, non era il caso di darsi pena adesso. Non l’aveva mai fatto perché si sentiva “provvisorio” in quel paese, fra quei montanari testoni e fieri. Aveva cinquantanove anni e non poteva mancare molto al pensionamento. Pregava a modo suo, che non succedesse niente di grave nella sua “giurisdizione”, la su “parrocchia”, come ironicamente la chiamava lui, da rovinargli gli ultimi mesi di servizio, dopodichè, avrebbe imballato tutte le sue cose, libri perlopiù, ed avrebbe fatto ritorno ad Esterzili, nella casa paterna, rimasta chiusa da ormai cinque anni, quando i suoi genitori se ne erano andati, uno dopo l’altro, a due mesi di distanza, dove avrebbe fatto il lettore a tempo pieno dei libri accumulati negli anni, per una rilettura più attenta e approfondita. Oltre, naturalmente alle sue escursioni quotidiane sui monti natii, all’accudimento delle vigne, alla produzione del vino, magari un poco di grappa, ai mandorli e agli olivi. Magari avrebbe anche scritto. Ve n’era abbastanza per riempire le giornate da pensionato che si prospettava. Avrebbe sfidato la noia del vivere senescente in questa maniera.
Mise i piedi fuori dalle coperte e si alzò con uno scatto. Se ne pentì immediatamente. Gli pareva di essere più corto nella parte posteriore e sentì una fitta: lo stramaledetto nervo sciatico. Inarcò la schiena indietro e si massaggiò il retro delle cosce. Magari la schiena gli doleva un pochino. Non ebbe bisogno di guardar fuori per capire che pioveva. Intuì che sarebbe stata una giornataccia e considerò l’idea di darsi malato, ma la scartò immediatamente. Non era nel suo stile: in quarant’anni di onorata carriera nella “Benemerita” non l’aveva mai fatto e non avrebbe iniziato ora. Ma sicuramente non si sentiva più brillante come un tempo, quando si svegliava contento di avviarsi ad una nuova giornata, curioso di conoscere quali avventure gli avrebbe portato. La verità inconfessata era che non credeva più molto al suo lavoro. I tempi erano cambiati. In peggio. All’inizio arrestava dei poveri disgraziati che rapinavano le poste o le banche. Adesso erano le banche che rapinavano i poveri disgraziati, senza che nessuno finisse mai in galera. Davvero brutti tempi. Mise la “napoletana” da quattro persone sul gas e si rasò accuratamente, come sempre. Lo specchio gli restituì un volto da vecchio, su un corpo muscoloso e ben conservato per la sua età. Solo i capelli avevano arretrato il fronte su cui si attestavano un tempo, ma il colore, ad eccezione di qualche filo bianco qua e là, era lo stesso. Si sorbì lentamente due tazze di caffé nero ed amaro, seduto al tavolo della cucina. Poi prese dal comodino il librone che gli aveva mandato l’amico Montanari, Massoneria e sette segrete: la faccia occulta della storia2 e si avviò verso il bagno. Un testo storico. L’amico conosceva i suoi interessi e l’amore per la cultura e per i libri. Dalle prime cento pagine che ne aveva letto finora, si disse che era stato un regalo davvero azzeccato. Doveva pensare bene a come ricambiare l’amico che non vedeva da anni, ma col quale era stato in regolare corrispondenza epistolare.
Era anacronistico scriversi delle lettere, ai tempi dei computer, internet e posta elettronica, ma il maresciallo non aveva mai voluto metterci mano, contrariamente ad Alfonso Montanari che ne era un vero esperto. Spesso chiedeva proprio a lui di fare qualche ricerca, quando lo riteneva necessario per le sue indagini o per informazioni personali. Dopo una mezz’ora si mise la divisa e scese di sotto. Non prima di aver lanciato un’ultima occhiata al suo disordine organizzato, come si riferiva nella sua testa al suo appartamento da “single”. A volte gli veniva l’impulso selvaggio di bruciare in un gran falò tutti i suoi libri. Ma un brivido di orrore lo coglieva immancabilmente a quell’idea folle. Gli tornò immediatamente alla memoria una lettura recente. Helen Fisher, nell’introduzione a Sesso e temperamento di Margaret Mead, riportava un aneddoto della Mead:
Mi trovavo al meeting annuale dell’Associazione americana di antropologia a Washington D.C. Era quasi mezzanotte quando venne proposta una mozione per mettere al bando il nuovo libro del biologo di Harward Edward O. Wilson, Sociobiology: The New Synthesis. Il libro prendeva in esame il ruolo della biologia nella comprensione di alcuni complessi comportamenti umani come l’altruismo e la falsità, e molti antropologi temevano che esso segnasse un ritorno al darwinismo sociale. Per questo, tanti presero la parola al microfono accusando Wilson, e pretesero fermamente che Sociobiology fosse ufficialmente respinto dall’associazione.
Ad un certo punto, la Mead si precipitò verso il microfono, e lo afferrò. Non era una sostenitrice della sociobiologia. Eppure disse: «Bruciare un libro? Stiamo dicendo che vogliamo bruciare un libro?!». E pronunciò un magnifico discorso sulla libertà di parola.3
Al maresciallo pareva che nessuno avesse mai testimoniato meglio la libertà di espressione umana, che un antagonista di un dato punto di vista, difendendolo. Mai, per nessuna ragione, avrebbe bruciato la parola scritta, che venerava come un dio minore.

* * *


La debole illuminazione della strada filtrava dalla finestra senza tende. Da quando Michele Canuto aveva ripreso a dormire solo, perché finalmente aveva potuto avere una casa con molte stanze, aveva ripreso l’abitudine che aveva da ragazzo, di dormire senza chiudere le imposte nella sua cameretta, cosa alla quale aveva dovuto rinunciare per tutta la vita coniugale, dato che Anna, sua moglie, voleva dormire nel buio più assoluto. Del resto, egli stesso, avendo un lavoro notturno, era costretto a creare un buio artificiale, dato che dormiva durante le ore diurne.
La sveglia digitale segnava le cinque e quaranta. L’abitudine a svegliarsi presto era dura a morire. Ancora buio, data la stagione, ma comunque era la sua ora solita di sveglia, da quando finalmente era andato in pensione. Amava le ore del mattino e amava poter vedere la luce del giorno che pian piano si intensificava. Era sempre stato così, per tutta la vita. Avrebbe avuto qualche ore di pace, prima che si alzasse la moglie. Poi lei avrebbe come prima cosa acceso il televisore, iniziato a parlare e gli sarebbe toccato rifugiarsi nello studio.
Da giovane era stato affetto da attacchi di asma, che poi erano cessati quando, vista l’inutilità delle terapie “desensibilizzanti” della medicina allopatica, aveva preso in mano la situazione e, prima con digiuni e diete vegetali, poi con l’aiuto di medici omeopatici e i soliti digiuni, le manifestazioni allergiche si erano rarificate fino a scomparire del tutto. Aveva anche fatto delle discussioni con dei medici, i quali sostenevano che da quella malattia non si guarisce. Dapprima si era risentito ed aveva cercato di convincerli, dato che egli stesso si sentiva di essere la prova vivente di quel tipo di guarigione, ma poi aveva lasciato perdere ogni discussione con chiunque, medico o meno, fosse convinto dell’onnipotenza della medicina ufficiale. Da parte sua erano ormai venti anni che non assumeva farmaci allopatici. Qualche rara volta accettava le pozioni omeopatiche della moglie per qualche lieve fastidioso disturbo, ma perlopiù, contava sui propri metodi: digiuni stagionali, dieta semplice, e attività fisica.
Le crisi asmatiche erano riapparse da una decina d’anni. Era pressappoco il 2007, se non ricordava male. Erano i tempi in cui si sentiva terribilmente depresso a causa del fatto che si sentiva troppo vecchio per il suo lavoro. I digiuni, a lungo andare, diventavano pesanti da sopportare. Inoltre aveva deciso che qualunque cosa gli fosse successa, malattia o morte, non importava gran che. Per lui era uguale: aveva vissuto a lungo e con grande fatica, considerando le crisi allergiche. La pensione, in cui avevano confidato serenamente i suoi genitori, che alla sua età di allora, cinquantatre anni, erano approdati, sembrava per lui una meta alquanto lontana. Aveva iniziato tardi ad avere dei contributi regolarmente versati, ma gli pareva di avere lavorato sempre, fin da bambino, nell’età scolare. Oltre al lavoro suo proprio di studente, aiutava in casa, sia nei lavori ordinari come in quelli straordinari: imbiancare, verniciare infissi, aveva aiutato per l’installazione dell’impianto di riscaldamento, per la successiva pavimentazione dell’alloggio. Poi c’era stata l’avventura della seconda casa in montagna da ristrutturare. La casa di Pian Lavarin4 fu un lavoro continuativo degli anni che lo portarono alla gioventù, all’epoca del servizio militare e oltre. Ma tutti questi non erano lavori che ti danno diritto a una pensione. C’era stato il periodo, subito dopo il servizio militare, durante il quale aveva lavorato dallo zio Giovanni, come garzone panettiere, più per imparare il mestiere che altro –impara l’arte e mettila da parte, si diceva allora. Non poteva certo biasimare lo zio per non avergli versato i contributi. Poi c’erano stati altri tre anni in cui aveva lavorato come libero professionista, tentando invano di farsi inquadrare come artigiano dai sapientoni della Camera di Commercio di Cuneo. Insomma era indietro di cinque sei anni rispetto ai coetanei, per i versamenti INPS. In gioventù non si dà molto peso a queste cose, ma quando superi la cinquantina, soprattutto se svolgi un lavoro pesante, cominci a sentirti depresso. Inoltre i governi che si susseguivano in quegli anni di inizio millennio, sia di destra che di sinistra, ad ogni insediamento mettevano mano ad una riforma dell’istituto della pensione di anzianità. Come se i lavoratori e non già i parassiti, fossero quelli che hanno rovinato questo paese e il mondo intero! Lui percepiva se stesso come un asino cui qualcuno avesse posto innanzi al naso una carota appesa ad un filo, la sua pensione, che, per quanto camminasse in avanti, non raggiungeva mai. Ma l’aveva alfine raggiunta, non fosse altro per indispettire chi avrebbe voluto che la maggior parte degli aventi diritto, morisse prima di arrivarci. A quel punto era molto stanco della propria vita. Ma non ricordava un momento in cui non lo fosse stato. La vita per chi deve guadagnarsi da vivere onestamente, è faticosa e stressante.
Si lavò, si rasò e scese di sotto.

* * *

Sandro Baldini si svegliò al suono della radio sveglia alle sei in punto. La spense subito per non svegliare la sua compagna Marina ed il figlio di lei Gian Carlo, che dormivano abbracciati nel letto, accanto a lui. Di solito si svegliava alle sette e trenta, ma oggi era sabato e sarebbe andato a caccia su in montagna. Cinghiali o caprioli.
Appena sveglio gli si presentarono alla mente tutti e quanti i problemi del giorno prima. Mentre si recava in bagno li analizzò uno per uno, ma la situazione era deprimente quanto ieri. Il mutuo della casa di Orbassano da pagare; il lavoro da disegnatore meccanico che andava sempre peggio: poco lavoro e mal pagato; era caduto dalla padella alla brace: la sua ex moglie non voleva più fare l’amore con lui perché aveva “visto” che in una vita precedente lei era la schiava e lui il negriero che la vessava. Così se ne era andato. Divorzio, avvocati, alimenti per moglie e figlia. I soldi uscivano da tutte le parti e ne entravano pochi. Dopo anni di solitudine aveva incontrato Marina e dopo una lunga insistenza da parte di lui, si erano “messi” insieme. Anche lei proveniva da un divorzio e da una situazione penosa. Passato l’entusiasmo iniziale, anche fra loro il sesso era diventato routine, poi il ritmo era rallentato fino a ridursi a nulla.
Ma oggi sarebbe andato a caccia, per non pensare, per rilassarsi. Doveva solo passare dall’ufficio per stampare un disegno che aveva terminato la sera precedente e poi via in montagna. Si vestì con gli indumenti da caccia verdi scuri. Indossò gli anfibi di gore-tex impermeabili che costavano un occhio. Non si rase, ma si lavò la faccia, senza sapone. Niente dopobarba, niente sapone, niente profumi artificiali quando si va a caccia. Normalmente non sarebbe mai andato in ufficio conciato a quel modo, ma a quell’ora non avrebbe incontrato nessuno. I suoi due soci, ammesso che lavorassero di sabato, non sarebbero arrivati prima delle nove e lui, a quell’ora, contava di essere sul Ciaramolin. Prese il Mannlicher e le munizioni. Caricò tutto sulla sua Honda Civic e partì.
Non aveva fatto i conti con il plotter. Avrebbe sprecato tre fogli formato A0, rotto un pennino, prima di riuscire nel suo intento di stampa, ma per le otto e trenta era fuori dall’ufficio di Piossasco, senza aver incontrato nessuno.

* * *

Fra tutti i personaggi di questa storia, sicuramente il dottor Emanuele Caruso, sostituto procuratore di Saluzzo, era quello che se la passava meglio, sia economicamente, sia come serenità personale. Col suo stipendio ed il guadagno della moglie, insegnante e libera professionista, avevano fatto costruire una villetta sulla collina di Saluzzo, con parco e piscina. Agli ospiti amava raccontare di aver costruito la piscina con le sue mani, scavo a parte, naturalmente.
Inoltre se la passava meglio anche per il fatto che, normalmente, si svegliava alle otto e trenta. Molto più tardi di tutti gli altri. Che non è poco dal punto di vista della qualità della vita.
Per quella sera aveva prenotato un volo per Crotone. Si era preso una settimana di vacanza, la prossima. Ufficialmente andava per consegnare una pratica della moglie per dei clienti della loro terra d’origine. Ogni volta ne approfittava per rifornirsi dei prodotti della terra di Calabria, che, come ogni calabrese sa bene, sono i migliori del mondo: salsicce piccanti prodotte dal contadino di conoscenza; vino Cirò, prodotto da un altro contadino; cipolle di Tropea, (altro contadino) che come ognun sa, sono le migliori del mondo, tanto che in Piemonte, «tentano per spacciare per cipolle di Tropea, le cipolle rosse coltivate a Carmagnola!» Che imbroglioni, come se fossero la stessa cosa! Amava raccontare del suo imbarazzo, quando all’aeroporto gli aprivano le valigie ricolme di salami, scamorze e cipolle. Il vino viaggiava in quantità più rilevanti, tramite corriere. Per questi ed altri ragionamenti, il maresciallo Melis lo definiva, fra se’, un sereno imbecille, che viveva felice, nel limbo della sua incoscienza. A riprova del fatto che non sono le lauree –Caruso ne aveva due: una in fisica ed una in giurisprudenza- a fare di una persona, un uomo “colto”, nel senso che intendeva il Melis, il quale era soltanto diplomato.
Ma il motivo ufficioso, il vero impulso per i suoi frequenti viaggi in terra di Calabria, aveva trent’anni e si chiamava Giuliana. Uno schianto di ragazza, come la definiva lui, quarantottenne, e come l’avrebbe definita qualsiasi uomo sincero e di buon gusto. I primi di ottobre era una data strategicamente studiata, dato che l’impegno scolastico della moglie, le avrebbe impedito di seguirlo.